La fisiologia della nascita

La nascita di un bambino riguarda solo il suo corpo? O anche la mente e lo spirito? In questo articolo proveremo a rispondere a queste domande per fare luce su ciò che significa venire al mondo.

John Bowlby, psicologo statunitense, diede una svolta alle teorie sviluppate precedentemente da Freud e dalla Klein per descrivere il rapporto che lega il bambino al care giver. Egli rimase colpito dall’importanza che ha la relazione primaria madre-bambino nel consentire un sano sviluppo della personalità dell’individuo con conseguenze anche nell’età adulta e sviluppò la teoria dell’attaccamento. All’inizio della vita il bisogno biologico legato all’alimentazione è presente insieme a un altro bisogno, anch’esso fondamentale: quello di essere amati, nutriti d’amore, desiderati, voluti, accettati per quello che si è. Per Bowlby prendere in braccio il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata, da parte della madre, a un segnale di disagio del bambino: esso non si configura come un rinforzo né come un comportamento che condiziona il piccolo rendendolo “viziato” come asseriscono i comportamentisti e i teorici dell’apprendimento sociale.
In questo senso coloro che sostengono il clampaggio tardivo del funicolo o la “nascita lotus” riconoscono anche la fisiologica necessità di lasciare il bambino il più possibile indisturbato nel suo incontro con la madre (nonostante la continua osservazione/assistenza). Alla nascita entrambi si trovano in condizioni molto particolari, uniche nella vita. Michel Odent include nella definizione di periodo primale questo momento delicato ed è convinto che le modalità del concepimento, della gravidanza, del parto, dei primi istanti di vita, della lattazione e dell’interazione con la madre, fino al compimento del primo anno, hanno rilevanti effetti sull’equilibrio psicofisico del bambino e, più tardi, dell’adulto.

Durante il parto la donna si trova in una condizione di bassa attività neocorticale: la parte del nostro cervello dove risiede il ragionamento logico; quell’area del cervello che più ci distingue dal resto del mondo animale sembra essere sopita. In queste condizioni la madre agisce istintivamente e il suo corpo è in grado di produrre diversi ormoni che hanno ruoli essenziali per la nascita. L’ormone chiave coinvolto nella fisiologia della nascita è senza dubbio l’ossitocina. I suoi effetti meccanici sono noti da molto tempo (effetti sulle contrazioni dell’utero e delle cellule mio-epiteliali del seno) ma grazie ad alcuni studi condotti sugli animali si è potuto constatare che questo ormone è coinvolto anche in tutti i comportamenti altruistici ed è implicato in qualunque atto di amore si desideri contemplare (dal prendersi cura, alla sessualità, al maternage). Questa informazione appare molto importante quando si sa che è subito dopo la nascita del bambino e prima dell’espulsione della placenta che l’ossitocina può raggiungere la massima concentrazione. Come in altre circostanze (rapporti sessuali o allattamento) il rilascio dell’ossitocina è altamente dipendente dai fattori ambientali: è più facile se l’ambiente è molto caldo (così che il livello delle catecolammine sia il più basso possibile) e se la madre non viene distratta da elementi esterni che potrebbero riattivare la neocorteccia cerebrale. Il modo in cui l’ossitocina è rilasciata rappresenta una nuova strada per la ricerca, per essere efficace infatti questa liberazione deve essere pulsatile: maggiore è la frequenza degli impulsi, di maggiore efficacia è l’ormone. L’ossitocina inoltre non è mai rilasciata in maniera isolata ma è sempre parte di un complesso equilibrio ormonale. Dopo la nascita, in condizioni fisiologiche, il livello più alto di ossitocina è associato ad un alto livello di prolattina che stimola la lattogenesi. Mentre è grazie agli estrogeni che vengono attivati i recettori dell’una e dell’altra. Nei primi anni ’80 si è anche scoperto che madre e bambino rilasciano le proprie endorfine nel processo di parto e nascita e che per un certo tempo entrambi restano impregnati di oppiacei. Questo rende l’esperienza appagante e piacevole dando vita ad un legame di co-dipendenza tra madre e bambino senza il quale la sopravvivenza di quest’ultimo sarebbe in pericolo. Anche gli ormoni della famiglia dell’adrenalina (spesso considerati come gli ormoni dell’aggressività) hanno un ruolo importante nell’interazione tra la madre e il bambino subito dopo la nascita. Nel corso delle ultime contrazioni prima della nascita del bambino, questi ormoni sono al loro massimo livello nella madre. È per questo che, in condizioni fisiologiche, quando inizia il “riflesso di espulsione fetale”, le donne tendono ad essere in posizione verticale, piene di energia, con un improvviso bisogno di afferrare qualcosa o qualcuno. Uno degli effetti di questa liberazione di adrenalina è che la madre è in uno stato di allerta quando il bambino è nato. Pensiamo ai mammiferi in natura e possiamo più chiaramente comprendere quanto benefico sia per le madri avere sufficiente energia e aggressività per proteggere il loro bambino appena nato, se necessario. L’aggressività è un aspetto dell’amore materno. È anche noto che il bambino possiede i propri meccanismi di sopravvivenza durante le forti contrazioni finali di espulsione, liberando catecolammine. Un torrente di noradrenalina consente l’adattamento del feto alla privazione fisiologica d’ossigeno specifica di questa fase. Così anche il bambino è in stato di allerta al momento della nascita, con gli occhi ben aperti e le pupille dilatate. Le madri sono incantate e deliziate dallo sguardo dei loro neonati che in questo momento sono particolarmente ricettivi e curiosi, pronti a incontrare il mondo esterno e in particolare il seno materno. L’allattamento è principalmente istintivo nella prima ora dopo la nascita e l’equilibrio che si era instaurato tra il corpo fetale e il corpo materno durante la gravidanza prosegue anche dopo la nascita. Infatti quando il neonato è pronto per trovare il capezzolo, la madre è in uno stato di equilibrio ormonale speciale: il suo corpo emana un odore caratteristico che risveglia l’olfatto del neonato e la contrazione delle cellule mio-epiteliali della ghiandola mammaria permette una migliore fuoriuscita del colostro. Per indicare questa perfetta sinergia tra gli ormoni prodotti dal corpo materno Michel Odent parla di cocktail ormonale. Il naturale contatto pelle a pelle con la madre favorisce inoltre l’inizio del processo di termoregolazione, facilita l’adattamento metabolico (glicemia più elevata e più rapida normalizzazione dell’equilibrio acido-base), produce meno pianto (< stress e < consumo energie) e consente la colonizzazione dell’intestino del neonato con la normale flora batterica della madre: alla nascita, il bambino è privo di germi. Un’ora più tardi, milioni di essi coprono il corpo e le mucose del neonato. Nascere significa entrare in un mondo di microbi. La domanda da porsi è: quali germi saranno i primi a colonizzarne il corpo? I batteriologi sanno che i vincitori della competizione saranno i governanti del “territorio”. L’insieme dei germi della madre è già familiare e amichevole dal punto di vista del neonato perché la madre e il bambino condividono gli stessi anticorpi (IgG, le uniche immunoglobuline che passano la barriera placentare). In altre parole, da un punto di vista batteriologico, il neonato umano ha bisogno urgentemente di essere in contatto con una persona soltanto, sua madre. Aggiungiamo che l’ingestione fatta per tempo di colostro, molto ricco di IgA, aiuta a stabilire una flora intestinale ideale e ha un effetto lassativo contribuendo all’espulsione dell’eccesso di bilirubina. Batteriologicamente, l’ora successiva al parto è un momento critico con conseguenze sulla nostra flora intestinale per tutta la vita.

Margherita Ramazzina

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